Thomas SCHOLZ
Amministrazioni e norme ci salvano dalla crisi climatica? O lo fanno le farfalle?
Per la gestione del territorio in tempi di crisi climatica le sole norme amministrative sono insufficienti senza una vera tutela degli ecosistemi. Sebbene la legge incentivi strumenti come il Piano Comunale del Verde, l'assenza di obblighi ha portato a una gestione del territorio frammentata e poco incisiva. La vera chiave per la resilienza risiede nella salvaguardia di ecosistemi come i prati stabili, che proteggono la biodiversità, regolano il microclima e assorbono le piogge intense, purché gestiti con sfalci corretti e non aggressivi. In linea con le direttive europee come la Nature Restoration Law, occorre passare al ripristino attivo dei suoli, aumentando la produzione di massa vegetale per poi gestirla in modo di favorire un'agricoltura rigenerativa ricca di humus per sequestrare il carbonio. Per ottenere risultati concreti, è indispensabile una pianificazione sovracomunale coordinata che unisca la gestione del verde alla tutela della natura.
La cura del verde
Nel contesto della resilienza climatica, ultimamente si sono accesi i riflettori sulla gestione del verde pubblico. Le associazioni ambientaliste chiedono da tempo al Comune di Gorizia di dotarsi di un “Piano Comunale del Verde” (PCdV): uno strumento di pianificazione urbanistica volto a definire una visione strategica per la gestione degli spazi verdi e la mitigazione delle temperature in città.
La legge n. 10/2013 (“Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani”) — approvata a livello nazionale in una fase in cui si ipotizzava l’abolizione delle Province — non obbliga i Comuni ad affiancare il PCdV al Piano Regolatore Generale Comunale (PRGC). A causa di questa facoltatività, nella provincia di Gorizia (ente che verrà reintrodotto nel 2027) solo il Comune di Gradisca su 25 si è dotato di un proprio Piano Comunale del Verde.
Già nel 2005 la Regione FVG aveva emanato la legge n. 9/2005 (“Norme per la tutela dei prati stabili naturali”). Per tutelarli, la legge rende obbligatoria l'asportazione dello sfalcio: la sua decomposizione in loco, infatti, concimerebbe eccessivamente il terreno, favorendo la proliferazione di erbe infestanti o invasive a scapito della biodiversità.
Sull’esempio del FVG, altre Regioni hanno adottato normative analoghe, come la Lombardia con la legge regionale n. 15/2025 (“Valorizzazione e tutela del paesaggio della pianura lombarda e dei prati stabili”).
I benefici ecosistemici dei prati stabili
I prati stabili sono noti per la straordinaria ricchezza di biodiversità. Oltre a ospitare innumerevoli specie vegetali, offrono habitat e nutrimento alla fauna del sottosuolo, a insetti, ragni, rettili, piccoli mammiferi e uccelli.
Questi complessi ecosistemi si sono formati, paradossalmente, proprio grazie al periodico e impattante intervento dello sfalcio, a patto che questo rispetti grossomodo i cicli vitali naturali. Nell’ambito dell’interdipendenza evolutiva delle specie, le farfalle rappresentano perfettamente la simbiosi tra fauna e piante ospiti (di cui si nutre il bruco). Per questo motivo, le farfalle sono considerate bioindicatori fondamentali della salute degli ecosistemi.
Meno noto è il loro ruolo cruciale per la stabilità idrogeologica e climatica. A differenza dei terreni arati, i prati stabili vantano un’elevatissima permeabilità: la loro struttura sotterranea assorbe ingenti volumi d’acqua durante le piogge intense, riducendo il rischio di alluvioni e rilasciando gradualmente l’umidità, con benefici diretti sul microclima locale.
Riconosciute queste straordinarie proprietà, appare doveroso passare dalla semplice conservazione al ripristino sistematico dei prati stabili, estendendo la rimozione dello sfalcio anche ad altre aree verdi.
Il cosiddetto “sfalcio pacciamante” rischia di trasformare il paesaggio in una sorta di grande campo da golf. I tagli frequenti e aggressivi non sminuzzano solo l’erba, ma annientano l’intera entomofauna, creando ciò che viene spesso definito un “deserto verde”.
Alla classica “fienagione” (uno o due tagli all’anno) si può opportunamente affiancare lo “sfalcio differenziato”, che limita il taglio a raso alle sole superfici strettamente necessarie o ai margini per motivi estetici e di sicurezza. Questo approccio genera tuttavia ingenti quantitativi di biomassa, per i quali occorre individuare una corretta destinazione d'uso.
Il ripristino della natura in Europa
A livello europeo, la “Strategia UE sulla biodiversità per il 2030” (2020) e la “Legge sul ripristino della natura” (Nature Restoration Law, 2024) impongono una pianificazione ambientale che non si limiti agli ecosistemi naturali terrestri e acquatici, ma coinvolga espressamente anche le aree ad alta antropizzazione, tra cui le zone agricole e urbane.
I paesaggi europei, plasmati per secoli da un'agricoltura tradizionale su piccola scala, sono stati stravolti dall’agricoltura industriale, spezzando l’equilibrio della sostenibilità ecologica. Sebbene un ritorno al passato sia inattuabile, la crisi climatica impone una netta inversione di rotta.
Sul demanio pubblico, la priorità è la tutela e il ripristino degli ecosistemi boschivi, fluviali, lagunari e marini. In ambito urbano, l’obiettivo primario è azzerare la perdita netta di spazi verdi e incrementare la copertura vegetale. Per le aree agricole — prevalentemente private — gli strumenti chiave risiedono nell’introduzione di siepi, fasce prative e nella rinaturalizzazione dei corsi d’acqua canalizzati.
Si prospetta un'ampia serie di interventi da finanziare e pianificare in sinergia con i proprietari terrieri. In ambito rurale, “ripristinare la natura” significa che le amministrazioni devono adottare linee guida volte a promuovere un’agricoltura sostenibile e rigenerativa.
In quest'ottica, in FVG sarà inevitabile il coinvolgimento delle ripristinate Province come enti territoriali di riferimento per attuare la normativa e tradurla in azioni concrete, definendo una chiara gerarchia di competenze tra Regione e Comuni.
Il sequestro del carbonio nei suoli
Dal secondo dopoguerra a oggi, i suoli agricoli hanno perso dal 2% al 3% di humus e oltre due terzi si trovano attualmente al di sotto della soglia critica del "deserto biologico". Non a caso, uno degli obiettivi della Nature Restoration Law è proprio l’incremento dello stock di carbonio (humus) nei terreni agricoli minerali.
L’agricoltura rigenerativa (o “umica”) necessita di grandi quantità di sostanza organica. Per ripristinare i livelli naturali di humus nel suolo, occorre promuovere un sistema di compostaggio agricolo decentrato (tramite cumuli a bordo campo).
Le stime sulla produzione annua di sostanza organica (massa umida) nella provincia di Gorizia (46.600 ettari) oscillano tra 1 e 2 milioni di tonnellate. L’impianto industriale di Moraro ne tratta attualmente circa 20.000 tonnellate all'anno — appena l'1-2% del totale — trasformandole in 7.000 tonnellate di compost nutritivo: un buon concime che tuttavia disperde rapidamente il carbonio e apporta poco humus stabile.
La vegetazione assorbe enormi quantità di CO₂ atmosferica tramite la fotosintesi, ma solo una frazione ridotta viene sequestrata nel lungo periodo. Dopo le foreste, il principale serbatoio di carbonio (carbon sink) terrestre è rappresentato proprio dall’humus del suolo.
È fondamentale distinguere tra humus nutritivo e humus stabile: il primo deriva dalla decomposizione della materia organica in superficie, mentre il secondo è il risultato di complessi processi microbiologici che avvengono nel sottosuolo. Nei terreni gestiti con agricoltura convenzionale, lavorati con arature profonde e trattati con concimi sintetici e pesticidi, questo equilibrio si spezza, portando il suolo a diventare persino una fonte emettitrice di CO₂.
Inoltre, il compost dovrà progressivamente sostituire la torba impiegata nei settori florovivaistico e del giardinaggio, oggi prevalentemente importata dai Paesi baltici. Poiché i piani europei prevedono anche la tutela e il ripristino delle torbiere, l'estrazione di torba verrà progressivamente ridotta, rendendo indispensabile trovare un'alternativa.
Struttura amministrativa e crisi climatica
Raggiungere una reale resilienza climatica richiede una pianificazione territoriale del verde capillare, coordinata e svincolata dai meri confini comunali. In passato, a livello provinciale si è consolidato un sistema frammentato di appalti ed enti gestori per la cura del verde urbano ed extraurbano. Questo modello va riformato e orientato alle priorità della crisi climatica, mettendo al centro il sequestro del carbonio e la sinergia con l’agricoltura rigenerativa.
La reintroduzione delle Province quali enti d'area vasta potrebbe rivelarsi strategica proprio per coordinare i Comuni nella tutela del territorio, a condizione che l'azione amministrativa sia snella ed efficace per rispondere alla rapidità dei cambiamenti climatici.
Auguriamoci che l'attuazione della Nature Restoration Law si riveli un successo: così potremo presto sentire gli uccellini cinguettare e vedere le farfalle svolazzare sui prati in fiore.
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