Rossella RIZZATTO
Da settimane, nel territorio goriziano, si susseguono voci sempre più insistenti su possibili decisioni
aziendali che riguarderebbero l’assistenza ai pazienti in stato vegetativo e gravemente cerebrolesi.
Non si tratta di indiscrezioni marginali né di semplici aggiustamenti organizzativi: ciò che si profila
è una scelta che, se non ripensata, potrebbe produrre una criticità grave e strutturale, difficilmente
reversibile.
È necessario dirlo con chiarezza: non tutte le riorganizzazioni sono neutre, alcune incidono
direttamente sui diritti fondamentali delle persone, soprattutto quando riguardano cittadini che non
hanno voce, non possono scegliere e non possono difendersi. I pazienti in stato vegetativo e
gravemente cerebrolesi rientrano pienamente in questa categoria. La qualità dell’assistenza che
ricevono non è un dettaglio tecnico, ma il discrimine tra tutela e abbandono.
L’esperienza maturata a Gorizia in questi molti anni non nasce per caso, é il frutto di un percorso
lungo e faticoso, costruito a partire da una sofferenza familiare trasformata in impegno pubblico che
ha portato alla realizzazione di un modello assistenziale fondato sulla centralità della persona, sulla
continuità delle cure e sull’integrazione con l’ospedale. Un modello che ha colmato vuoti storici del
sistema sanitario evitando che il peso dell’assistenza ricadesse interamente sulle famiglie, come
accaduto troppo spesso in passato.
Le ipotesi di trasferimento dell’assistenza fuori dall’ambito ospedaliero sollevano preoccupazioni
profonde perché, per questi pazienti, la sopravvivenza è legata alla tempestività dell’intervento
sanitario, alla presenza continuativa di competenze specialistiche, all’accesso immediato alla
diagnostica d’urgenza e alla rianimazione. Non si tratta di eventualità remote, ma di condizioni
cliniche quotidiane. Spostare l’assistenza in contesti non ospedalieri significa, oggettivamente,
ridurre i livelli di sicurezza.
C’è poi un aspetto che riguarda il rispetto delle norme. Le Speciali Unità di Assistenza Protratta
(SUAP/GCA) sono disciplinate da standard precisi, nazionali e regionali, che presuppongono un
collegamento funzionale immediato con il presidio ospedaliero. Non sono indicazioni elastiche o
adattabili a seconda delle contingenze, ma garanzie poste a tutela delle persone più vulnerabili.
Ogni scelta che se ne discosti rischia di creare una frattura tra norme e realtà, con conseguenze che
ricadono sui pazienti e sulle loro famiglie.
Il rischio più grande, oggi, è che una decisione di natura amministrativa venga percepita come un
normale atto di riorganizzazione, quando in realtà incide sul cuore stesso del diritto alla salute. È un
rischio che interpella non solo l’azienda sanitaria, ma l’intera comunità. Perché una sanità che
arretra proprio dove la fragilità è massima non perde solo efficienza: perde credibilità, equità e
senso pubblico.
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